Le piazze digitali sono diventate il fulcro della partecipazione politica moderna. Il recente successo del referendum sulla cittadinanza, con oltre 500.000 firme raccolte in tempi record, è un esempio chiaro di come la tecnologia possa accelerare e amplificare la mobilitazione collettiva.
Tuttavia, questa “velocità” ha sollevato critiche: il ministro Calderoli ha definito il fenomeno una forma di “doping della democrazia”. Secondo lui, raccogliere firme online sarebbe troppo facile e rischierebbe di snaturare la serietà della partecipazione popolare.
Il quotidiano Libero riporta le frasi di Calderoli:
«Il Costituente scelse questo limite ‘di serietà’ per assicurare che arrivassero al voto popolare solo le proposte ben appoggiate dagli elettori. Raccogliendo le firme nei comuni, sui banchetti, dai notai. Ora invece si può firmare dal divano di casa o dalla spiaggia. Utile, ma troppo facile, come purtroppo ha stabilito un decreto legislativo del governo giallorosso. E dico purtroppo perché, rendendo troppo facile raccogliere le firme, si rischia di eludere proprio la Costituzione».
Ma è davvero così? Firmare dal proprio smartphone o computer non annulla la volontà politica di chi partecipa, ma rende più accessibile la partecipazione stessa. Strumenti come lo SPID permettono di superare barriere logistiche e geografiche, consentendo a chiunque, ovunque si trovi, di far sentire la propria voce. Parlare di “doping” della democrazia significa ignorare l’evoluzione della società.
I social media, con la loro capacità di far circolare informazioni rapidamente, hanno permesso di abbattere l’indifferenza generale e stimolare un interesse diretto nelle questioni politiche, dimostrando che le piattaforme digitali sono ormai fondamentali per costruire consenso e mobilitazione.
Anche il dibattuto argomento che riguarda l’intervento di volti noti per raggiungere il quorum sul referendum cittadinanza, accusati di trasformare questioni serie in “trend” o di cavalcare interessi mediatici personali, non regge. Da sempre, figure influenti hanno usato la loro visibilità per dare risalto a cause sociali. È anche grazie alla loro risonanza mediatica che certi temi riescono ad emergere e ad ottenere l’attenzione che meritano.
Il problema non è l’uso delle celebrità di turno o la velocità digitale, ma la difficoltà della politica tradizionale a tenere il passo con i cambiamenti di questa epoca. Considerare una firma digitale come meno valida di una raccolta tradizionale è un approccio obsoleto.
Oggi, l’opportunità di firmare un referendum, una petizione o di partecipare attivamente ad una campagna politica è spesso accessibile a tuttə. Ciò che cambia è il mezzo, non l’intenzione.
Raccogliere firme in tempi rapidi non evidenzia una fragilità del sistema, ma ne dimostra l’evoluzione. Le piazze digitali consentono a migliaia di persone di intervenire in tempo reale su questioni socialmente e politicamente importanti, superando le lentezze e le difficoltà dei modelli partecipativi tradizionali.
Tali strumenti amplificano il messaggio e offrono a tuttə l’opportunità di partecipare, anche a chi, per motivi logistici, sarebbe esclusə. Anzi, in un contesto di bassa affluenza elettorale, strumenti come questi diventano essenziali per mantenere viva la democrazia.
L’inaspettata rapidità con cui sono state raccolte le firme per il referendum sulla cittadinanza testimonia che il tema è sentito e che la società italiana è pronta a mobilitarsi per questioni di rilevanza.
Per una democrazia autentica, bisogna avere il coraggio di accogliere i cambiamenti necessari, invece che appellarsi ad un passato che non ci rappresenta più.